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La cucina di napoli

Nel periodo della civiltà della Magna Grecia la cucina a Napoli era molto simile a quella della madre patria: a base di carni e interiora di animali arrostiti, formaggi di pecora e vini molto alcolici.
Risale a questo periodo il maccherone che deriverebbe dal nome makaira o makairon indicante un coltello a lama grande con il quale si sarebbe potuto tagliare a pezzi un impasto di farina come per farne degli gnocchi. Con l'avvento dei romani anche la gastronomia si adeguò alle ricche abitudini culinarie dei conquistatori.
E' questo il periodo di una pietanza formata da stracciate di acqua e farina cotte e inframmezzate di carne e formaggi chiamate lagane, le antenate delle nostre paste. testo classico della gastronomia dell'epoca romana è il "De re conquinaria" di Apicio, personaggio assai singolare vissuto all'epoca dell'imperatore Tiberio.
Si narra che morì suicida, quando visto il suo patrimonio assottigliarsi fino a soli dieci milioni di sesterzi (qualcosa come dieci miliardi di lire attuali), ebbe il timore di essere ridotto a ... morire di fame. Di alcune ricette riportate nel suo trattato è rimasta traccia nella successiva cucina napoletana, come per la salsa verde di aceto ex Apicio molto simile al condimento dei nostri cucuzzielli alla scapece ed il famigerato "Garum" salsa di pesci fermentata, il cui sapore non doveva molto differire dalle acciughe conservate sotto sale che tanto spesso compaiono nella nostra cucina come nel condimento dei spaghetti aglio e olio e nel ripieno dei nostri puparuoli imbottonati (peperoni imbottiti). nel V secolo d.C. le cucine romane, che tanti fastosi banchetti avevano dato all'impero, si spensero ed i Barbari mischiarono a tutto gli orrendi intrugli e condimenti delle loro contrade natie. In questi secoli, che videro alternarsi il governo dei Goti, Normanni e Svevi, a Napoli giunsero alcuni alimenti che divennero in seguito una delle basi della gastronomia partenopea: melenzane, vermicelli e maccheroni, questi ultimi già da tempo diffusi in Sicilia.

La cucina del popolo era molto misera di quella dei signori, ma probabilmente anche più saporita, spesso confezionata con gli avanzi delle mense dei nobili. Accadeva molto spesso che, durante i banchetti dei ricchi, i poveri si accalcassero fuori le porte aspettando che i servi francesi li chiamassero gridando: les entrailles (le interiora). Le misere donne che accorrevano a queste grida furono, perciò denominate "Zandraglie" con la deformazione della parola straniera. proprio in questa epoca le povere "zandraglie" napoletane, unendo alle interiora peperoni dolci e piccanti, hanno inventato le prime saporose ed infuocate zuppe di soffritto.

Con la scoperta dell'America la cucina partenopea dell'epoca fu a poco a poco influenzata dai nuovi alimenti provenienti dalle terre oltre oceano scoperte da Cristoforo Colombo: giunsero a Napoli, ormai divenuta colonia spagnola, pomodori, granturco, patate, tacchino e caffè. I banchetti dell'epoca offrivano calici di vino vernaccia in cui inzuppare cialdoni, pasta reale, pignolate, mostaccioli e cedronate, seguiti da antipasti salati, come le sopressate, i fecatelli impanati ed arrostiti con foglie di lauro. Uno scrittore dialettale di fine '600 narra di un festino, tutto magro, che inizia con una minestra di piselli, seguito da cefali, polpettine di sardine in umido, sogliole e fravaglie fritte, pere, fichi e formaggio. Quindi sorpresa finale: un grosso granchio arrostito sul quale viene stappato un fiasco di Lacryma Christi.

giuseppe
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